I fari troppo convinti me li segno mentalmente per una futura tesi di laurea.

Passano quaranta minuti. Io ho spiegato la differenza tra tre allestimenti che cambiano solo per una cucitura invisibile e una lettera in fondo al nome. Lei prende appunti, annuisce, sospira, guarda fuori come se stesse valutando il senso della vita.

Poi ci fermiamo davanti a quel modello.
Quello che di solito funziona.
Quello che metti quando non sai più che carta giocare.

Lei lo guarda più a lungo. Gira intorno all’auto lentamente, come se stesse scegliendo un cavallo da corsa. Tocca la carrozzeria. Annuisce.

Apre lo sportello.
Si siede.
Sistema il sedile.
Accende il quadro strumenti.

Le luci si accendono. Il display fa il suo piccolo spettacolo di benvenuto.
Lei sorride. Un sorriso vero.

Fa un cenno soddisfatto.
Io penso: Ecco. È fatta.

Poi si irrigidisce.

Mi guarda.
«Un attimo. Chiamo mio marito.»

È sempre lì che il destino cambia corsia.

Tira fuori il telefono. Parte una videochiamata.
«Amò, guarda che macchina. Ti piace?»

Il marito appare sullo schermo, inquadrato dal basso, probabilmente seduto sul divano o disteso su una vita che ha già fatto pace con se stessa.
«Carina, sì.»