Era lunedì mattina, di quelli in cui la prima cosa che vendi è un caffè al distributore automatico.
Nemmeno buono: solo caldo e sufficientemente legale da tenerti in piedi.

Il salone era silenzioso, con quell’eco artificiale delle concessionarie prima dell’arrivo dei clienti. Le auto brillavano come se avessero dormito otto ore, riposate, ignare del fatto che entro sera sarebbero state giudicate per motivi del tutto arbitrari.

Poi è entrata lei.

Sui cinquant’anni, decisa. Tacchi ben piantati sul pavimento lucido, taccuino in mano, sguardo da persona che ha fatto le sue ricerche e ora vuole verificare se tu sei all’altezza di Internet.
Mi stringe la mano come si stringe un accordo commerciale, non come si saluta un essere umano.

«Cerco un’auto nuova.»

Annuisco. È il mio habitat naturale.

«Affidabile, compatta ma con spazio. Alta, però non voglio sembri un SUV. Silenziosa, ma che si senta quando parte.»

Traduco mentalmente: voglio tutto e il contrario di tutto, ma lo voglio subito.

Iniziamo il giro. Schede tecniche. Motorizzazioni. Consumi. Sistemi di assistenza alla guida che lei ascolta con attenzione, salvo poi liquidarli con osservazioni molto più profonde:

«Questo è troppo grigio.»
«Quell’altro mi pare arrogante.»
«Questo ha i fari… come dire… troppo convinti.»