Io resto fermo, con la brochure ancora in mano, come un attore che ha dimenticato la battuta finale.
«Mi spiace,» dice lei con tono sinceramente dispiaciuto. «Era quasi perfetta. Ma lui sente le vibrazioni.»
Annuisce, come se avesse appena enunciato una legge della fisica.
Prende la borsa.
Mi saluta.
Esce.
Le porte automatiche si richiudono lentamente, come a sottolineare il momento.
Io rimango lì.
Davanti a un’auto progettata da meccanici, ingegneri, designer, testata in galleria del vento, su piste ghiacciate, in deserti simulati e sotto piogge artificiali.
Bocciata da un beagle.
Guardo l’auto.
Lei sembra guardare me.
Accarezzo il cofano.
«Non è colpa tua,» le dico piano. «È lunedì.»
Poi torno alla macchinetta del caffè.
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