Nel ristorante gestito da un mio amico arrivano a cena i ragazzi della squadra di calcio del paese, accompagnati da fidanzate, mogli e bambini. È una tavolata rumorosa ma allegra, di quelle in cui ordinare richiede più tempo che cucinare.

Il titolare comincia a illustrare i piatti tipici disponibili quella sera. Tra le proposte del giorno c’è anche il coniglio.

Una ragazza alza la mano.

“Io prendo il coniglio. Ma siamo sicuri che sia davvero coniglio?”

Il titolare abbassa per un attimo il blocchetto.

“In che senso?”

“Perché sa, in certi locali ti danno il gatto e ti dicono che è coniglio.”

Qualcuno al tavolo ride, qualcun altro le dice di smetterla, ma lei resta molto seria. Il titolare non solleva polemiche, annuisce, segna l’ordinazione e torna in cucina.

Quando i piatti sono pronti serve tutti gli altri, poi arriva dalla ragazza con un grande vassoio contenente 12 pezzi di carne.

Lei guarda il vassoio, poi il titolare.

“Ma è tantissimo! Tutto questo sarebbe per me?”

Lui risponde nel suo marchigiano più tranquillo:

“Sci, è un cuniju interi. Cuscì te lu ‘rmonti e vidi che è un cuniju.”

Traduzione: “Sì, è un coniglio intero. Così puoi rimontarlo e verificare che è un coniglio.”

Per un secondo il tavolo resta fermo, poi scoppiano tutti a ridere. La ragazza diventa rossa e prova a spiegare che non intendeva accusare proprio quel ristorante, aveva soltanto sentito certe storie.

Il vassoio viene messo al centro e il coniglio finisce condiviso da mezza squadra. Nessuno tentò davvero di rimontarlo, ma per tutta la cena ogni pezzo venne sottoposto alla sua approvazione.