Facevo il responsabile in un grande negozio di articoli sportivi appartenente a una catena nazionale.

Una domenica mattina, poco dopo l’apertura, il vice responsabile mi chiama al banco assistenza perché c’era un cliente che stava già discutendo animatamente da diversi minuti.

Quando arrivo capisco subito il problema.

Sul bancone c’era una tenda da campeggio completa con due sacchi a pelo. O meglio, quello che ne restava dopo un’intera estate di utilizzo.

Le sacche erano sporche di fango, umide, consumate, con evidenti segni di usura e qualche strappo dovuto al trasporto. Era il classico equipaggiamento che aveva visto campeggi, prati, spiagge e bagagliai per settimane.

Mi avvicino e chiedo cosa fosse successo.

Il cliente mi spiega immediatamente che voleva il rimborso e che non capiva perché il personale gli stesse creando problemi visto che l’acquisto risaliva ad agosto e non erano ancora trascorsi i sessanta giorni previsti dalla nostra politica di reso.

Gli faccio presente che il termine temporale è solo una delle condizioni previste e che, oltre a quello, il prodotto deve essere restituito in condizioni compatibili con un reso.

Lui però continua a ripetere che i sessanta giorni non erano ancora passati e che quindi avevamo l’obbligo di riprenderci tutto.

“Il reso non dipende solo dalla data. L’articolo deve anche essere in condizioni accettabili.”

Da lì inizia la discussione.

“Fatemi vedere dove sta scritto!”

“Se vuole glielo mostro.”

“Me lo faccia vedere!”

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