Lavoro a Milano, in uno spazio di coworking.
Per chi non li conoscesse, sono uffici condivisi: professionisti, freelance e dipendenti di aziende diverse lavorano nello stesso ambiente.
Ognuno ha la propria postazione, mentre chi deve fare telefonate o riunioni riservate può prenotare una delle sale dedicate.
Non sono una vera e propria commessa: faccio la responsabile di sala.
La mia postazione è proprio all’ingresso dell’area open space: accolgo i clienti, li aiuto se hanno bisogno, controllo che tutto funzioni e, quando serve, ricordo anche le regole di convivenza.
Insomma, se qualcuno disturba gli altri, sono la prima ad accorgermene.
Un giorno si siede una ragazza a pochi metri dalla mia scrivania.
Dopo qualche minuto apre il portatile e avvia una riunione sul PC.
Senza cuffie.
Con l’audio del computer al massimo.
E naturalmente parla anche lei a voce altissima.
Dopo qualche minuto mi avvicino.
“Scusa, ti dispiacerebbe spostarti in una sala riunioni? Le call nell’open space non sono consentite.”
Mette il microfono in muto.
“Se ti dà fastidio, cambia posto….”
“No, guarda, cambia posto, al limite lo dico io: sono la responsabile qui e tu stai usando l’unico spazio in modo diverso da quello previsto.”
“Questo lo dici tu! A me non mi interessa, non mi muovo: la riunione è già cominciata”
Riattiva il microfono.
La riunione riprende.
A un certo punto uno dei colleghi, dall’altra parte dello schermo, inizia a parlare e sento distintamente ogni parola, ogni dato, ogni cifra.
La cosa è davvero fuori controllo: il volume è altissimo, così comincio a ripetere ad alta voce, parola per parola, tutto quello che dice l’interlocutore.
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