Stavo sistemando il banco quando entrò un signore elegante. Non elegante nel senso ostentato: sobrio, curato, come chi ha smesso da tempo di dover dimostrare qualcosa.
Avrebbe potuto essere un professore in pensione, o un poeta fuori tempo massimo.
Uno di quelli che camminano piano perché non hanno fretta di arrivare.
Mi sorrise.
«Buongiorno,» disse. «Cerco delle graffette etiche.»
Per un attimo rimasi fermo. Non per imbarazzo, ma per la sensazione netta di essere entrato, senza accorgermene, in una conversazione diversa dal solito.
«In che senso?» chiesi.
Lui si prese il tempo di rispondere. Guardò il banco, le scaffalature, come se stesse scegliendo le parole con la stessa cura con cui avrebbe scelto un libro.
«Quelle che non si piegano male. Che tengono i fogli insieme con dignità. Non come quelle moderne, che si spezzano o si arrendono al primo foglio un po’ più spesso.»
Annuii. Con quella disponibilità silenziosa che si riserva a chi parla di cose piccole ma, evidentemente, importanti. Lo accompagnai al reparto e gli mostrai tre modelli: le normali, le zincate, le colorate.
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