Supermercato.
Sono in cassa.
Un cliente mi guarda e mi dice:
“Ma tu lavoravi nel negozio di articoli sportivi del centro commerciale, vero? Mi ricordo di te, questa giacca l’ho comprata lì l’anno scorso.”
“Sì, purtroppo il negozio ha chiuso. Sono stato fortunato: qui cercavano personale e… eccomi.”
“Eh sì… in effetti non è che potevi puntare a molto altro. Questo… oppure qualche altro lavoro in qualche altro negozio….”
Lui mi guarda con sufficienza e mi dice:
“Io sono ingegnere e ho studiato tanto. Ai miei figli dico sempre di studiare, così un domani potranno fare un lavoro dignitoso.”
Continuo a passare la spesa senza dire una parola.
Non era la prima volta che sentivo qualcuno insinuare che fare il commesso fosse un ripiego per chi non è riuscito a fare altro.
E non avevo né la voglia né le energie per iniziare una discussione.
“Fanno 68,30 euro.”
Mi porge 70 euro.
Poi fruga nel portafoglio e aggiunge 2,30 euro.
Prendo i 30 centesimi, faccio per restituirgli il resto e tiro fuori una moneta da 2 euro.
Lui mi ferma.
“No, aspetta. Mi servirebbe una banconota da 5 euro perché devo prendere le sigarette al distributore qui fuori. È per quello che ti ho dato anche i 2,30 euro.”
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