Avevo diciassette anni, ero una studentessa e durante l’estate lavoravo come cameriera stagionale in un ristorante sulla spiaggia.
Una sera servo un tavolo composto da due uomini e una donna.
Uno dei due avrà avuto almeno cinquant’anni, l’altro più o meno la stessa età. La signora era con loro e, non so perché, forse ingenuamente, mi trasmetteva una certa tranquillità. Pensavo che la sua presenza fosse una garanzia contro certe situazioni imbarazzanti.
Quanto mi sbagliavo.
A fine cena il tizio più viscido dei tre si alza, va alla cassa e paga con il bancomat.
Poi torna al tavolo per finire il digestivo.
Io continuo a lavorare.
Dopo qualche minuto mi avvicino per ritirare alcuni bicchieri e lui prende due euro dalla tasca, li appoggia sul tavolo e mi dice:
“Questi sono per te.”
Lo ringrazio e faccio per prenderli.
Poi aggiungo, come facevamo sempre:
“Grazie, li metto insieme alle altre mance, poi a fine serata dividiamo tutto tra il personale.”
Lui cambia immediatamente espressione.
“No.”
“No?”
“Quelli sono per te.”
E già lì ho iniziato a sentirmi a disagio.
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