Alla cassa di un noto supermercato X, tardo pomeriggio.
Fila lunga, carrelli pieni, quell’aria densa di gente che guarda l’orologio più spesso dei prezzi. Io sono lì, in piedi da dieci minuti buoni, già mentalmente in ritardo per tutto.

Davanti a me c’è lei: signora anziana, direi sui 70–75 anni, permanente perfetta, borsa appoggiata sul carrello come se fosse un trono mobile. Movimento lento ma sguardo vigile, di quelli che ti fanno capire che la battaglia è sempre un’opzione.

La cassiera passa gli articoli, bip bip, tutto regolare.
Arriva il momento della tessera fedeltà.

La signora la porge con decisione.

La cassiera la guarda, la gira, la riguarda.
Signora, questa tessera è del supermercato Y… noi siamo X.

La signora non batte ciglio.
È lo stesso!

Detto così, come se stesse parlando del colore delle sedie.

— No signora, non è lo stesso. Non posso passarle questa tessera.

La signora sospira, infastidita, come se fosse la quinta volta oggi che le spiegano una cosa ovvia.
— Senta, non mi faccia perdere tempo. Passi quella tessera.