Siamo a cena nel centro di un paese, in un ristorante affacciato su una via stretta. I tavoli sono all’aperto, i camerieri passano continuamente con i vassoi e, tra una portata e l’altra, transitano anche le persone.

Io sono seduta con alcuni amici e ho il cane vicino alla sedia. Al tavolo accanto ci sono diverse famiglie con bambini.

Uno di loro comincia a percorrere la strada avanti e indietro con il monopattino, urlando e andando a tutta velocità tra tavoli, camerieri e clienti.

La prima volta urta il mio cane. Poco dopo torna, gli punta nuovamente il monopattino contro e poi gli si avventa addosso per “accarezzarlo”. Il cane si nasconde terrorizzato sotto la sedia.

Il bambino continua la sua gara personale, rischiando più volte di far cadere i camerieri. Nessuno dei genitori dice una parola.

Alla terza carica verso il cane, il mio compagno afferra il monopattino e lo blocca prima dell’impatto. Io richiamo l’attenzione della madre.

“Scusi, può dire qualcosa al bambino? Ha già colpito il cane e continua a passare tra i camerieri.”

“Sta giocando, non lo fa apposta.”

“È da quasi 3 ore che corre lungo la via. Non c’è soltanto il mio cane: i camerieri stanno lavorando e rischiano di cadere.”