Nel frattempo, il collega prova a spostare il tubo di raccolta dell’acqua sporca. Fa una manovra maldestra, il tubo si stacca e viene investito in pieno da un getto di acqua nera, putrida e puzzolente.

Se la prende in faccia, sui capelli, sulla maglia, sui pantaloni. È completamente fradicio e resta immobile, con gli occhi chiusi e le braccia larghe, mentre dal tubo continua a colare sul pavimento tutto quello che la macchina ha raccolto in giro per il supermercato.

Io cerco di chiudere il tubo, lui tenta di non vomitare e dalla cassa, puntuale come una sveglia difettosa, torna quella voce:

“SIGNORINAAAAA! ALLORA? È LA TERZA VOLTA CHE LO CHIEDO!”

In realtà era almeno la quarta, ma non mi è sembrato il momento adatto per correggergli il conteggio.

Mi sono voltata e l’ho guardato. Lui era lì, pulito, asciutto, con 3 cose in mano e l’espressione indignata di chi aveva già sacrificato 90 secondi della propria esistenza.

In quel momento mi sono tornati in mente oltre 20 anni di sorrisi, saluti mai ricambiati, lamentele, accuse, richieste assurde e sedute gratuite di psicanalisi fatte alla cassa. Sono sempre stata educata, anche quando dall’altra parte non c’era alcuna intenzione di esserlo.

Quel giorno, però, la pazienza era appena finita dentro il serbatoio delle acque nere.