Nel cinema dove lavoro abbiamo una macchina per il caffè automatica. Compri alla cassa il bicchiere, lo metti sotto l’erogatore e premi il pulsante del caffè che vuoi. Facile, no?

Non per la cliente che mi è arrivata in cassa.

Buongiorno, posso aiutarla?

Un caffè.

Vabbè, mi dico buongiorno e per favore da sola.

Ecco il bicchiere, la macchina del caffè è lì: può scegliere il caffè che vuole, basta premere il pulsante.

La tizia mi guarda allucinata, nemmeno avessi insultato tutto il suo albero genealogico.

Ah, quindi dovrei farmi il caffè da sola?

Basta premere il pulsante.

No. È il tuo lavoro servire i clienti, quindi me lo fai tu.

Ok, è una Karen. La vocina del mio ex manager mi risuona nella testa mentre dice: “scegli le tue battaglie”. Le faccio un sorriso più falso di una moneta da 3 euro, prendo il bicchiere e vado. Intanto un tizio in attesa sta già guardando di traverso questa megera.

Che caffè vuole? Americano, caffellatte, cappuccino…

Caffelatte.

Zucchero?

Uff…si!

Quante bustine?

Uff…Due!

Bianco o di canna?

Ma insomma! Quante domande mi devi fare??

Non credevo sarebbe mai successo, ma il signore fa un passo in avanti ed interviene.

Ha preteso che la ragazza le facesse il caffè, quindi è normale che le abbia fatto queste domande. Se le dà tanto fastidio, si faccia il caffè da sola come fanno tutti.

La tizia? Muta!! Non ha più detto una parola, ha afferrato il caffè che le porgevo ed è andata immediatamente dentro la sala a passo spedito.

Ho sorriso al signore e l’ho ringraziato.

Ho stampato il suo biglietto, e fortunatamente, non era nella stessa sala della malvagia strega dell’Est. Anche lui voleva un caffè.

L’ha avuto gratis.