Il padre tiene lo scooter fermo con una gamba, il figlio prova a infilare le tavole in equilibrio precario. Le mettono di lato. Troppo larghe. Le mettono sopra. Troppo lunghe. Le ruotano. Sembrano in finale ai mondiali di Tetris, categoria “incastri impossibili su mezzo inadatto”.

Una tavola scivola.
Una tocca quasi lo specchietto.
Una sembra pronta a decapitare il primo automobilista di passaggio.

Nel frattempo, dentro il negozio, il personale si raduna silenziosamente davanti alle vetrate come se fosse un evento sportivo.

“Secondo te ce la fanno?”
“Se partono così fanno un metro.”
“Dieci euro che tornano a chiedere il carrello.”

Io penso alla mia proposta di aiuto rifiutata con tanta sicurezza.

Dopo vari tentativi, riescono a creare una struttura che definire “ingegneristica” è generoso. Le tavole sporgono davanti, dietro e lateralmente. Lo scooter ora è un progetto sperimentale di architettura dinamica.

E finalmente arriva il momento clou.

Si mettono entrambi il casco.

Entrambi.

Perché la sicurezza prima di tutto, mi raccomando.

Non importa se stanno guidando una potenziale catapulta di legno su due ruote. Il casco c’è. La coscienza è a posto.