«QUALCHE GIORNO FA HO COMPRATO UNA BORSA DA VOI. NON È POSSIBILE: CON TUTTO QUELLO CHE COSTA È GIÀ ROVINATA! SONO ARRABBIATISSIMA!!!»
La voce è già al volume assemblea condominiale, anche se siamo solo al telefono.
Io mi preparo psicologicamente, assumo la postura da “calma olimpica”.
«Signora, mi dispiace molto. Che tipo di problema ha avuto? Si sono tirati dei fili? C’è una cucitura difettosa?»
«MA COSA DICE?! È ROVINATA! TUTTA GRAFFIATA! SIETE INDECENTI!»
Pausa.
Riorganizzo le informazioni.
«Guardi, facciamo così: appena riesce me la porti qui. Non riesco a capire il problema, anche perché le nostre borse sono tutte in tessuto… quindi non capisco bene come possa essere graffiata. La vediamo insieme e cerchiamo una soluzione.»
«VEDREMO.»
Click.
Pomeriggio.
Negozio pieno.
Io che faccio lo slalom tra clienti, cassa, domande esistenziali tipo:
“Ce l’avete uguale ma diverso?”
“Questo colore sta bene con tutto?”
“Ma se piove?”
A un certo punto sento un’energia.
Un’ombra.
Un rumore secco.
Una borsa in silicone mi vola addosso.
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