Lavoro da tre anni come sushiman in un ristorante giapponese finto-tradizionale. Dico “finto” perché il proprietario è pugliese, i camerieri parlano romano, e io sono l’unico che sa dire “arigatou” senza sembrare in gita scolastica.
Una sera entra una coppia sui vent’anni, lui tutto fighetto con la camicia aperta fino allo sterno, lei con l’aria di una che ha fatto finta tutto il giorno di capire la differenza tra nigiri e sashimi.
Si siedono al bancone, che dà sulla cucina. Lui mi guarda e fa:
«Facci un mix di quelli proprio da intenditori. Io sono stato a Tokyo, eh. So riconoscere il tonno buono.»
Sorrido, annuisco, e preparo un piatto con un po’ di tutto: nigiri di tonno, salmone, ricciola, un gunkan con tobiko, e un uramaki speciale con anguilla e avocado.
Lui prende il primo pezzo col bastoncino (male), lo schiaccia nella salsa di soia (troppa), lo morde a metà (sacrilegio), e poi fa quella faccia da “non è buono come me lo ricordavo”.
Poi guarda la ragazza e dice:
«Secondo me questo è surgelato.»
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