Tra noi commessi, in qualche modo, ci si riconosce. Sarà lo sguardo, sarà la gestualità o forse quella particolare cautela con cui ci rivolgiamo agli sconosciuti, preparandoci già alla possibilità di ricevere una risposta assurda.
Quel giorno sono libera e ho deciso di andare al mare. Trovo un parcheggio vicino alla spiaggia, lascio l’auto e comincio ad allontanarmi.
Da un negozio sento una voce:
“Signora! Signora, mi scusi!”
Mi giro e vedo uscire una commessa. È ancora sulla porta e mi fa cenno di aspettare.
“Mi dica.”
Lei congiunge quasi le mani, come se stesse per chiedermi un favore enorme.
“Non vorrei farmi gli affari suoi, ma pensa di tornare prima delle 17 a prendere la macchina?”
“Non credo. Perché?”
“Questa sera fanno un mercatino e dalle 17 scatta la rimozione. Se lascia l’auto lì, rischia di non trovarla più.”
La ringrazio: mi ha appena evitato una multa, il carro attrezzi e una conclusione molto meno rilassante per la mia giornata al mare. Torno verso la macchina per spostarla, poi mi fermo.
C’era qualcosa nel modo in cui mi aveva avvisata, soprattutto in quel prudente “non vorrei farmi gli affari suoi”, che conoscevo fin troppo bene.
“Posso farle una domanda indiscreta? Per caso la insultano quando cerca di avvertire gli altri automobilisti?”
La commessa fa un sorriso amaro.
“Tutte le volte.”
“La capisco.”
Non serviva aggiungere altro. Sposto la macchina e, prima di ripartire, la ringrazio di nuovo. Lei ringrazia me per non averla mandata al diavolo.
Tra colleghe ci eravamo riconosciute davvero.
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