Episodio di qualche anno fa, quando lavoravo all’accettazione di uno studio di fisioterapia accreditato ATS.

Si presenta questa signora, aria decisa, sguardo torvo, tono di voce già impostato sul “mi state facendo perdere tempo”.

«Devo prenotare della fisioterapia.»

Perfetto, routine quotidiana. Le sorrido, prendo il modulo e rispondo con la frase automatica che ripeto da anni:
«Benissimo signora, se mi dà le impegnative e il protocollo riabilitativo procediamo subito.»

La signora mi guarda come se le avessi chiesto il codice segreto del Pentagono.

«I miei documenti non glieli faccio vedere.»

Pausa. Una di quelle pause in cui il cervello ricalcola la realtà.

«Signora… per poter prenotare le terapie dobbiamo sapere che tipo di trattamento è stato prescritto.»

«Io non voglio dirle chi sono e cosa ho fatto. C’è la privacy.»

Ora, io capisco la privacy. La rispetto, la studio, la firmo, la faccio firmare. Ma qui eravamo oltre la tutela del dato: eravamo nel territorio del “mistero assoluto”.