Ore 23:00, orario di chiusura. Sedie già capovolte sui tavoli, cucina spenta, il ristoratore con il grembiule mezzo slacciato e la testa già a casa.
Proprio mentre sta per chiudere la porta, entra una coppia distinta. Eleganti, educati, ma con un’aria stanca.
“La prego di farci mangiare, non sappiamo dove andare.”
Lui sospira appena, guarda l’orologio, poi loro.
“Guardi, ho appena chiuso la cucina… però se proprio siete affamati riaccendo qualcosa. Datemi cinque minuti.”
I due si illuminano. Si siedono composti, quasi solenni.
Il ristoratore torna in cucina, riaccende la brace, rimette in moto tutto per quei due clienti inattesi. Poi esce con il taccuino.
“Allora, cosa vi preparo?”
L’uomo lo guarda serio.
“Arrosticini li avete ancora?”
“Certo,” risponde il ristoratore, “quanti ne faccio?”
Breve pausa.
“Uno.”
Silenzio.
“Uno… arrosticino?” ripete il ristoratore, convinto di aver capito male.
“Uno,” conferma l’uomo. La donna annuisce.
Il ristoratore li fissa un secondo, poi scrolla le spalle.
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