TUTTO QUELLO CHE ELENCHERÒ È SUCCESSO CONTEMPORANEAMENTE, in quell’arco di tempo magico e maledetto in cui il mio datore di lavoro dice:
“Vado un attimo al bar”
con quel tono fiducioso di chi è convinto che l’universo, per cinque minuti, possa anche smettere di fare l’universo.
Appena varca la porta, entrano TUTTI.
Non uno alla volta, no. Tutti insieme. Come se fuori avessero aspettato un segnale.
Io divento improvvisamente un polipo: una mano serve i clienti, l’altra cerca di sorridere, una terza (immaginaria) vorrebbe strappare la spina al negozio e scappare.
Nel frattempo arriva lui.
Il tizio delle cassette di legno.
Quello che non entra: irrompe.
Ogni volta porta con sé una nube di disagio densa come la nebbia in Val Padana e inizia a chiedermi delle cassette bestemmiando, come se fosse colpa mia se l’umanità ha inventato il legno.
Mentre provo a decifrare cosa stia cercando di dirmi, parte un suono acutissimo, un fischio assassino, di quelli che ti trapassano il cervello e ti fanno pensare:
“Ecco, è così che perdo l’udito”.
Non capisco cos’è. Non capisco da dove venga. Non capisco perché stia succedendo proprio ora.
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