Sono alla cassa, una di quelle giornate in cui la fila sembra non finire mai. Clienti in attesa, carrelli pieni, gente che guarda l’orologio e sospira. Il solito equilibrio precario tra velocità e pazienza.

A un certo punto arriva lei. Impeccabile, sicura, passo deciso. Non guarda neanche la fila: la aggira direttamente e si piazza davanti a tutti, come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Per un attimo cala quel silenzio tipico da “ma davvero?”. Poi iniziano i primi mormorii.

“Scusi!”
“C’è la fila!”
“E noi cosa stiamo facendo qua?”

Lei si gira appena, infastidita più che sorpresa, come se fossero gli altri a essere fuori luogo. Poi guarda me, cercando probabilmente un alleato.

“Scusi, ma che devo fare tutta questa fila?”

La domanda è posta con una naturalezza disarmante, come se esistesse davvero un’alternativa speciale solo per lei.