Lavoro in un piccolo ristorante a conduzione familiare, uno di quelli dove a pranzo si fa sul serio: operai con la tuta ancora sporca di calce, impiegati in pausa cronometrata, pensionati che arrivano alle 12:05 in punto. Offriamo un pasto a prezzo fisso (11€), che comprende un primo, un secondo e un contorno a libera scelta, più acqua e caffè. Semplice, chiaro, scritto in grande nel primo foglio del menù.

È un martedì qualunque, sala piena, cucina che sbuffa come una locomotiva, piatti che tintinnano e io che faccio lo slalom tra i tavoli con tre piatti su un braccio e due sull’altro.

Si accomoda un cliente nuovo, sulla cinquantina, aria distinta ma leggermente spaesata. Gli porto il menù, gli sorrido e gli dico:
“Quando è pronto mi chiami pure.”

Dopo qualche minuto torno per prendere l’ordine.
“Ha deciso?”

Mi guarda serio, accigliato.
“Mi scusi, ma non ho capito come funziona questo pasto a prezzo fisso.”

Nessun problema, ci sono abituato. Indico il primo foglio.
“Allora, con 11 euro può scegliere un primo, un secondo e un contorno. Acqua e caffè inclusi. Può scegliere liberamente tra le proposte del giorno.”

Annuisce lentamente, come se stessi spiegando un mutuo trentennale. Lo vedo ancora indeciso, e nel frattempo dalla cucina sento:
“CAMERIERE! RITIROOO!”

“Le do ancora un paio di minuti,” gli dico con un sorriso, e scappo a gestire il resto della sala ormai in piena ebollizione.

Passano cinque minuti buoni. Torno da lui, taccuino alla mano.
“Allora, ha deciso?”