Da ragazzo lavoravo in un cantiere a Roma, zona Trastevere. Giornate toste, ritmi serrati, ma avevo vent’anni e la schiena ancora giovane.
La pausa pranzo era sacra e fiscale: dalle 12.00 alle 13.00 in punto. Un’ora netta per mangiare e tornare sotto il sole, al cemento e alla polvere.
Quel giorno, come ogni giorno, scappo fuori al volo appena suona mezzogiorno, casco sotto il braccio, mani ancora sporche di malta, e mi avvio verso un alimentari lì vicino che fa panini buoni e veloci, almeno di solito.
Mentre arrivo davanti alla porta, vedo una signora dietro di me, avrà avuto una sessantina d’anni, ben vestita, di quelle con l’aria “so già cosa voglio, ma te lo faccio pesare”. Da bravo ingenuo (e forse per riflesso educato), le tengo aperta la porta e la faccio passare avanti.
Neanche un grazie.
Neanche uno sguardo.
Si piazza dritta davanti al bancone come se l’avessero chiamata sul palco per ritirare un premio.
Il negoziante la saluta con cortesia, già con quell’intonazione che si usa con i clienti “di quelli”, e lei parte subito:
«Vorrei un pezzo di formaggio… ma sono indecisa su quale…»
Lui, paziente, comincia l’elenco:
«Abbiamo pecorino fresco, stagionato, caciotta, taleggio, fontina, gorgonzola dolce e piccante…»
Lei annuisce a metà, poi blocca tutto:
«Me ne fa assaggiare uno… anzi due. Questo qui… e anche l’altro, sì, quello lì, però tagliato sottile.»
Parte l’assaggio.
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