Pizzeria ristorante. Post emergenza covid.
Premessa.
Abbiamo appena riaperto dopo l’emergenza Covid, i clienti sono comprensibilmente diminuiti e di conseguenza anche il personale.
È sabato sera e siamo in tre cameriere (io nella sala interna, la mia collega nella sala esterna e un’altra ragazza, in pizzeria, prende le ordinazioni telefoniche).
Abbiamo l’obbligo di disinfettare tutto appena i clienti lasciano il tavolo (condimenti monodose, sedie, listini); oltre a questo, se possibile, facciamo accomodare le persone a tavoli alterni, in modo da aumentare le distanze.
Ore 20, orario di punta.
Nella sala interna, che contiene 30 tavoli, circa 8-9 sono occupati e i rimanenti sono già apparecchiati; solo un tavolo è rimasto da sparecchiare, igienizzare e ripreparare.
Sono nel bel mezzo del servizio, quando arrivano loro: clienti abituali simpatici come Vernon Dursley e famiglia.
Sento il figlio del proprietario che li saluta, dicendo “Prego, accomodatevi pure in sala!” e li vedo entrare, con la coda dell’occhio, ma ingenuamente non faccio caso a dove si siedono.
ERRORE.
Quando finisco di portare i piatti al tavolo che sto servendo, mi accorgo che hanno avuto la brillante idea di accomodarsi nell’unico tavolo sporco. Non è un errore involontario, non possono non essersene accorti: ci sono ancora i bicchieri, le tazzine e i tovaglioli sporchi. Conosco i miei polli, l’hanno fatto apposta.
Eh no, belli: il Covid non mi ha tolto solo tre mesi di vita, mi ha anche fatta diventare più stro***a e non ho intenzione di subire altre angherie da parte loro (è un rancore che porto dentro da troppo).
Mi avvicino gioviale: “Buonasera, signori XXXX, tutto bene? Devo chiedervi gentilmente di accomodarvi qui (indico il tavolo di fianco), perché, come vedete, questo non è stato ancora risistemato.”
La signora, un piccolo elefantino con evidenti problemi di comprendonio, sbuffa, ma finge di non sentirmi.
Il marito mi guarda con occhi da pesce lesso: “Ma non vogliamo sederci lì, è troppo vicino all’altro tavolo. Lo sa, signorina, che c’è il Coronavirus?.”
L’altro tavolo dista due metri.
Sospiro.
“Allora vi faccio accomodare in un tavolo dell’altra fila, uno di quelli accanto alle finestre. Il numero 10, prego.”
Mi avvio al tavolo designato, poso i listini e, visto che ci stanno mettendo una vita a seguirmi, torno un momento in cucina.
Rientro in sala dopo 30 secondi e vedo che si sono seduti al tavolo sbagliato, tra due tavoli già occupati.
E stanno divorando rumorosamente i grissini e lamentandosi, con gli sfortunati vicini di cena, di tutte queste precauzioni sanitarie, che a loro dire sono eccessive.
Al mio sguardo interrogativo (condito da una buona dose di odio profondo), l’uomo candidamente dice: “Signorina, il tavolo che aveva preparato era troppo lontano. Io sono grasso, non arrivo fino a là!”
Vado in farmacia a fare scorta di GUTALAX.