Sono insieme a un collega, nel magazzino adiacente al reparto.
Scenario: cartoni ovunque, bancali da sistemare, scarto merce da separare, sudore, rumore di plastica che striscia e quella bellissima sensazione di stare lavorando davvero, non facendo finta.
A un certo punto, BAM BAM BAM.
Qualcuno bussa alla porta del magazzino con una veemenza tale che penso sia arrivata la Guardia di Finanza o un’invasione aliena.
Apro.
Davanti a me c’è lei.
Sguardo di fuoco.
Mani sui fianchi.
Postura da generale dell’esercito.
«VOI DUE!
MA DICO IO!
NON LE METTETE LE CIME DI RAPA FUORI?!
CHE STATE FACENDO?!»
Il tutto urlato, ovviamente, perché parlare è da deboli.
Il sottotesto è chiarissimo:
massa di nullafacenti, fannulloni, ladri di stipendio.
Con uno sforzo di autocontrollo degno di un monaco tibetano, non rispondo.
Non sospiro.
Non alzo gli occhi al cielo.
Prendo una cassa di cime di rapa.
Una.
La sollevo.
Esco dal magazzino.
E lì scopro la verità.
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