Lavoro in questo supermercato da più di quarant’anni. Quarant’anni passati tra scaffali da rifornire, casse che non funzionano quando c’è la fila e clienti convinti di sapere sempre tutto. In questo tempo ne ho visti passare di ragazzi giovani, una processione infinita di facce nuove: alcuni bravi, svegli, con la voglia sincera di imparare il mestiere e il rispetto per chi lo faceva da prima di loro. Altri… be’, altri meno. Molto meno.
Oggi voglio raccontare la storia di uno di questi “meno”, un episodio che ancora oggi, dopo dieci anni, mi fa scuotere la testa ogni volta che ci penso.

Si chiamava Marco, aveva diciotto anni appena compiuti, il petto gonfio d’orgoglio e quella sicurezza tipica di chi non ha ancora sbattuto il naso contro la realtà. Era arrivato convinto che il supermercato fosse una specie di videogioco: premi un tasto, fai una scorciatoia, salti qualche passaggio e vinci la partita. Ogni turno era una gara a dimostrarci che il suo metodo era migliore, più veloce, più “moderno”.
“Voi ci mettete troppo,” diceva, “fate tutto con la calma di chi aspetta la pensione.”
E sorrideva, tronfio, mentre noi, con la pazienza che solo gli anni insegnano, cercavamo di spiegargli che certe cose non si fanno in fretta, si fanno bene. Che il magazzino non perdona, che le regole non sono capricci e che la sicurezza non è un optional.

Naturalmente lui annuiva, faceva finta di ascoltare… e poi faceva di testa sua.

Una sera, verso la chiusura, mentre sistemavamo il magazzino e contavamo i minuti per tornare a casa, il capo gli disse di buttare la plastica. Niente di complicato: prendere i sacchi degli imballaggi, portarli fuori e infilarli nel bidone dedicato. Un lavoro noioso, sì, ma necessario.