Sono andata al supermercato, in divisa da barista, a fare la spesa per il bar. Cappuccino stampato sulla maglietta, grembiule nero, capelli raccolti alla meglio perché avevo finito il turno da poco e avevo ancora l’odore di caffè addosso.

Dovevo prendere le solite cose: latte, zucchero, biscotti monoporzione, tovaglioli. Già che c’ero ho pensato:
“Vabbè, ne approfitto per comprare il deodorante per me.”

Io uso quello al cetriolo e lime, disegnati entrambi belli verdi sulla confezione. Una cosa fresca, estiva, profumo da “sono una persona pulita e responsabile”.

Arrivo nel reparto igiene personale. Scansione veloce degli scaffali. Niente. Solo cocco, talco, vaniglia, un misterioso “brezza artica” che non so cosa sia ma mi mette ansia.

Decido di chiedere.

Mi avvicino al commesso. Ragazzo sui vent’anni, aria seria, che sistemava le scatole con l’efficienza di chi prende molto sul serio il proprio lavoro.

Apro bocca.

E proprio in quel momento, il cervello si spegne.

Schermo nero.
Buffering.
La lingua diventa una cosa autonoma che non riceve più comandi.

E dico:

“Mi daresti il… sì, quel coso lì… il coso col cetriolo.”