Trattoria.
Sabato sera. Sala piena, cucina che sforna piatti a ritmo industriale, campanello del pass che suona come un allarme antincendio e io che corro tra tavoli con tre piatti in equilibrio e il sorriso incollato in faccia.
Squilla il telefono.
Rispondo con la mia miglior voce professionale, quella che nasconde il caos intorno:
“Buonasera, trattoria…”
Un uomo vuole prenotare un tavolo da 11.
Undici.
In una trattoria che già a fatica incastra tavoli da 4 come pezzi di Tetris.
Gli dico:
“Guardi, devo controllare un attimo. Mi lascia il numero che la richiamo?”
Lui me lo detta, con tono sicuro, come se stesse prenotando la sala del Quirinale.
Metto giù. Intanto al tavolo 7 vogliono altro vino, al 3 chiedono il conto, al 12 hanno bisogno del seggiolone. Vado a controllare il planning con il collega. Guardiamo la mappa dei tavoli. Contiamo. Ricontiamo. Facciamo anche la prova “spostiamo questo, stringiamo quello”.
Niente.
Undici non ci stanno. Siamo già pieni. E quelli che “non ci sono ancora” stanno per arrivare.
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