Ore 7:18.
Quell’ora sospesa in cui il bar non è ancora giorno ma non è più notte, e tutti fingiamo di essere persone funzionali.

Giro il caffè alla signora della tombola — che gioca anche quando non gioca — faccio un cenno al panettiere che prende il solito (che non è mai uguale al solito di ieri), e poi arriva lui.

Il signor F.
Lo chiamo così perché “signore” è già troppo impegnativo e il resto non è presentabile prima delle 9.

Ogni mattina prende un cappuccino.
Sempre.
Ogni volta diverso.
Ogni volta sbagliato.

Non nel senso sbagliato oggettivamente.
Sbagliato per lui, che è una categoria filosofica a parte.

Oggi appoggia il gomito al banco, mi guarda fisso e dice:

Lo voglio tiepido. Ma non tiepido normale. Tiepido come se fosse stato caldo cinque minuti fa.

Annuisco.
Annuisco come si annuisce a chi parla di reincarnazione, diete lunari o complotti sui cucchiaini.

Traduco nella mia testa:
“Caldo, ma con ansia.”
“Un cappuccino che ha già dei rimpianti.”

Lo preparo.
Latte scaldato con attenzione chirurgica.
Schiuma controllata.
Temperatura da manuale… di un manuale che non esiste.