Il negozio di abbigliamento da uomo in cui lavoro chiude alle 19:30 in punto.
È sabato sera, 19:29.
Io sono già in modalità “uscita d’emergenza”: mentalmente sto spuntando la lista delle cose da fare — chiudere la cassa, spegnere le luci, infilarmi la giacca, liberare il cervello — quando, come in una scena al rallentatore di un film d’azione, la porta si spalanca con un colpo secco.
Entra una signora trafelata, capelli un po’ scompigliati, borsa che ondeggia come un pendolo impazzito. Si ferma davanti al bancone, respira a fatica e annuncia con tono drammatico:
— «Mi serve assolutamente una maglia per mio figlio! Ha tredici anni, domani fa la cresima e… non ha nulla da mettersi!»
Silenzio.
In sottofondo, la serranda automatica che comincia il suo lento rumore di chiusura.
Già dalla descrizione capisco che non finirà bene. Il ragazzo avrà la corporatura di un grissino e noi, in reparto maglieria, partiamo dalla taglia S. La XXS è una leggenda metropolitana, tipo l’arca dell’alleanza: tutti ne parlano, ma nessuno l’ha mai vista.
Nonostante tutto, cerco di essere gentile. Le mostro le maglie più piccole, piego, spiego, riordino. Lei fruga, tocca, scuote la testa, ripiega (male) e passa alla successiva. Ogni maglia, inevitabilmente, sembra più un sacco a pelo che un capo d’abbigliamento.
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