È successo qualche giorno fa.
Lavoro in una sanitaria — quella tipologia di negozio dove vendi più ginocchiere che sorrisi e dove ogni cliente ha almeno una storia di mal di schiena da raccontarti.

Qualche giorno prima, entra questa signora. Vuole due ginocchiere. Io, con tutta la diplomazia possibile, dopo averle chiesto la misura, le dico che quelle che ha scelto le andranno strette. Lo ripeto con voce calma, gentile, quasi materna. Ma lei niente, convinta, inflessibile:
— «Stia tranquilla, vanno bene così.»

Due ore dopo, squilla il telefono.
— «Le ginocchiere stringono.»

Ah, ma va? penso tra me e me.
A voce alta, invece, mantengo il tono da manuale del perfetto commesso zen:
— «Nessun problema, signora. Può riportarle. Le faccio un buono dello stesso importo, da spendere entro tre o quattro mesi.»

Perfetto. Caso chiuso. O almeno, così credevo.

Il giorno dopo, eccola di nuovo. Stesso cappotto, stessa determinazione da spedizione in Himalaya. Solo che questa volta non vuole il rimborso. No, vuole usare subito il buono.
— «Va bene, vediamo cosa può servire.»

E da lì comincia il tour guidato della disperazione.
Mi fa vedere di tutto: body, scarpe, calze, ciabatte, slip. Ogni scaffale diventa campo di battaglia, ogni articolo un potenziale bersaglio.