Negozio di telefonia.

Giorno uno.
Arriva lei.

Non entra: irrompe. Porta con sé quell’aria elettrica di chi ha già deciso che qualcuno ha torto e quel qualcuno sei tu. Sui sessant’anni, biondo cenere, sguardo affilato. Si piazza davanti al bancone senza preamboli.

“Ricevo addebiti extra sul conto corrente.”

Niente buongiorno, niente contesto. Solo accusa.

Io apro l’anagrafica, scorro, controllo. Due SIM attive. Due telefoni associati, entrambi a rate: un Samsung e un Huawei. Tutto collegato al conto corrente. Tutto registrato. Tutto, sulla carta, chiarissimo.

Le spiego con calma. Le voci, i costi, il perché degli addebiti. Mentre parlo, lei cambia espressione: non si rilassa, si irrigidisce di più.

“Non è possibile. Io ho un solo cellulare.”

Pausa.

“E questo Huawei non l’ho mai ritirato. Non ne so niente.”

C’è quel momento, sottile, in cui capisci che non stai più spiegando dei dati ma stai entrando in una realtà alternativa. Io resto ancorata alla mia.

“Signora, risulta attivo e associato alla sua linea. Magari lo ha ritirato con un collega… si ricorda con chi ha fatto il contratto?”

“Un ragazzo.”