Nel mio angolo enoteca entra un cliente, aria decisa ma un filo sospetta. Si avvicina al banco e fa:

“Lo ha il vino siciliano… quello un po’ ambiguo?”

Io lo guardo:
“Ambiguo in che senso?”

“Quello lì… con il nome strano.”

Capisco già che sarà una lunga giornata. Provo ad aiutarlo:
“Ma lo sa e si vergogna a dirlo? Guardi che siamo tra adulti, può dirlo tranquillamente.”

Lui si guarda intorno come se stesse per rivelare un segreto di Stato, si avvicina lentamente, abbassa la voce… e attraverso la mascherina sussurra:

“La figa di donna sfruttata…”

Silenzio.

Io mi giro su me stesso, cercando disperatamente un appiglio nella realtà, tipo il fantasma di Mike Bongiorno che scende dal soffitto a rimettere ordine nella lingua italiana. Ma niente.