Sono quindici giorni che una certa signora mi accenna – con insistenza clinica e metodo da metronomo svizzero – all’acquisto di una cassetta d’uva “amarissima”, ma ogni volta ha “frettissima” e svanisce prima che io riesca a farle una domanda completa. Quando la incrocio da lontano, magari mentre sto battendo spese in cassa con la foga di un tamburino da parata, lei mi fissa con quegli occhi carichi di messaggi passivo-aggressivi. E appena incrocia il mio sguardo, si mette a parlare col labiale, come se fossimo complici in un thriller muto. Con le dita mi disegna un rettangolo nell’aria, gesto simbolico e solenne, e in quel momento capisco: “uva” e “amarissima”. È come un richiamo primordiale, un segnale di pericolo che il mio sistema nervoso ha ormai imparato a riconoscere.

Quella scena, ogni volta, mi mette un’ansia sottocutanea e una manciata di herpes. La trama è sempre la stessa: si avvicina di scatto, mi investe con il suo monologo e con la solita urgenza da salvataggio planetario mi ripete che l’uva era “cattivissima”, “immangiabile”, “indegna di stare in un supermercato civile”. Non solo eccede nei superlativi assoluti – che ormai usa come intercalare – ma accompagna ogni parola con una mimica facciale da palcoscenico napoletano, dove interpreta alternativamente disgusto, orrore, vergogna e pena.

Racconta, con sdegno epico, che quell’uva era destinata a suo padre, che in genere la apprezza moltissimo, ma che quella volta, poverino, ha dovuto ripiegare sulle pesche nettarine. Buonissime, per carità. Ma, per fortuna, quelle le aveva prese dal fruttivendolo di fiducia. Non da noi. Da noi aveva preso quella specie di trappola per anziani che era la nostra uva, che invece era, testuali parole, “terrificante”.

Nel tentativo disperato di seguire le regole e non perdere completamente la sanità mentale, ogni volta provo a spiegarle che per il reso ho bisogno dello scontrino. Ma lei è già sulla porta. “Guardi, adesso non posso, ho frettissima, ma appena riesco passo, eh? Perché era una cosa a-bo-mi-ne-vo-le.” Scandisce pure le sillabe, come se parlasse a un robot malfunzionante.