Viene in negozio un ragazzo.
Entra tranquillo, senza quella solita energia da “adesso ti tratto come se fossi Alexa con le gambe”.
Anzi. Appena si avvicina mi fa:

“Ciao, scusa il disturbo…”

E già lì io, internamente: attenzione, forse abbiamo un esemplare raro.
Perché chi lavora col pubblico lo sa: quando un cliente inizia con “scusa” e non con “SENTI” urlato da dieci metri, parte automaticamente la musica degli angeli.

Mi chiede informazioni con una calma quasi commovente.
Mi guarda mentre parlo. Ascolta davvero.
Non interrompe.
Non mi chiama “amore”, “bella”, “signorina” o peggio ancora “oh”.

Io ero lì che quasi mi emozionavo.

A un certo punto penso pure:
“Ma guarda un po’. Forse il mondo non è completamente da buttare. Forse ogni tanto un cliente decente esiste davvero.”

Lui prende una scarpa, la osserva, poi mi fa gentilissimo:

“Scusa, avrei bisogno di aiuto… potresti prendermi questo numero?”

E io subito:
“Certo!”

Vado in magazzino con una rapidità che normalmente riservo solo alla pausa pranzo.
Gliela porto e gli chiedo: