«Avrei urgente bisogno di lavorare. Ho una situazione economica disastrosa alle spalle.»

Lo dice con enfasi, quasi con commozione. Io annuisco, empatica. Capisco. Il lavoro serve, eccome.

«Guardi, gli orari di lavoro sarebbero questi» dico spiegando con calma turni, giorni, impegno richiesto.

Lei ascolta. Annuisce. Poi, con la stessa naturalezza con cui si parla del meteo:

«Per gli orari ti faccio sapere io quando sono disponibile… perché ho la palestra.»

Pausa.

«Sai, prima viene la mia vita.»

Silenzio.

Lei mi guarda come se avesse appena detto la cosa più sensata del mondo. Io cerco di capire se “situazione economica disastrosa” sia un nuovo termine per indicare un abbonamento annuale in scadenza.

Secondo episodio.

Cercavamo una persona da inserire in ufficio in previsione del mio parto. Una posizione temporanea, sì, ma seria. Mansioni chiare, lavoro concreto.

«Guardi, cerchiamo una persona per l’ufficio che sia in grado di svolgere attività come controllo dei DDT con le fatture, registrazioni contabili, rispondere al telefono e cose di questo genere.»