Lavoro in un ente pubblico.

Un ufficio di quelli con le pareti color panna istituzionale, la stampante che fa rumori da trattore sovietico e la fila fuori che sembra sempre più lunga di quando sei arrivato la mattina.

È martedì. O forse lunedì. Tanto non cambia niente: l’aria è sempre la stessa, un misto di carta, toner e rassegnazione.

Bussano.

“Avanti.”

Entra un signore sulla cinquantina. Giacca elegante, ventiquattrore sotto braccio, sguardo sicuro. Si siede senza aspettare che glielo dica.

Mi guarda.

“Ho una S.r.l.”

Silenzio.

“Buongiorno,” rispondo io, con la calma di chi ha imparato a respirare profondamente prima di parlare. “Cosa deve fare?”

“Ho una S.r.l.”

Annuisco. Ottimo. Stiamo comunicando a livelli altissimi.

“Ho capito, ma S.r.l. per noi non ha nessun valore. Vuol dire qualunque cosa: un negozio, un’attività produttiva, un bar, un’impresa edile… Che attività è?”

Lui si sporge leggermente in avanti, come se stesse per rivelarmi un segreto industriale.

“È una S.r.l.”

Mi fermo un secondo. Guardo il monitor. Guardo lui. Torno al monitor. Conto mentalmente fino a tre.