Siamo in un ristorante, diciamo, un po’ “in”.
Luci calde ma studiate, sedie di design scomodissime ma “concettuali”, camerieri con la barba curata e il grembiule in cuoio, musica di sottofondo che sembra sempre la stessa canzone ma non lo è mai.

Entrano una quindicina di persone. Adulti, tre o quattro bambini già stanchi ancora prima di sedersi, due nonne eleganti, un paio di coppie giovani, e poi lui.

Il capo.

Quello che apre la porta per primo e la tiene spalancata come se il ristorante fosse suo.
Il “so tutto io”.
Il “tranquilli, offro io”.
Il “qui si mangia da Dio, ci sono già stato” (probabilmente una volta, nel 2019, con uno sconto Groupon).

Si siedono a un tavolo lungo, di quelli che fanno scena ma ti costringono a parlare solo con chi hai davanti.

A capotavola, ovviamente, si siede lui.
Posizione strategica. Visuale su tutti. Dominio psicologico garantito.

Appoggia il telefono accanto al piatto con un gesto lento, studiato. Guarda la carta dei vini come se stesse valutando l’acquisto di una cantina in Toscana.

Arriva il cameriere.

Elegante. Impassibile. Con quell’aria da professionista che ha visto più umanità lui in un turno del sabato sera che uno psicologo in trent’anni di carriera.

“Buonasera, posso prendere le ordinazioni?”