In fila al banco salumi e formaggi, un sabato mattina che già prometteva male, c’era questa tizia davanti a me. Capello laccato, piumino beige, borsa enorme appoggiata sul vetro del banco come se dovesse fare scorta per l’inverno nucleare.
Con tono deciso fa:
— “Mi dia due etti di prosciutto crudo, tre etti di salame Milano, due etti e mezzo di mortadella, ma tagliata fine eh! E poi un etto e mezzo di coppa.”
La commessa, santa donna con lo sguardo di chi ha già visto troppo nella vita, annuisce e si mette all’opera. Affetta, pesa, sistema con cura, imbusta, sigilla, stampa le etichette. Movimenti precisi, quasi zen. Io dietro che penso: “Dai, ancora cinque minuti e tocca a me.”
Ed è lì che succede.
La signora, mentre la commessa sta già mettendo l’ultimo sacchetto nel vassoio di plastica, cambia espressione. Fa una pausa teatrale e dice:
— “Eh ma io adesso che ne so quante fette sono?”
Silenzio.
La commessa la guarda, confusa.
— “In che senso, signora?”
— “Io ho bisogno di 16 fette per ogni tipo. Ho 16 invitati stasera!”
La commessa, con una calma che andrebbe studiata nelle università:
— “Signora, poteva dirmelo prima invece di indicarmi la grammatura desiderata…”
— “No no, adesso me li conta! Mica posso rischiare brutte figure!”
Io sento il mio spirito uscire dal corpo. Davanti a noi c’erano almeno altre quattro persone in fila. Un signore anziano con il numeretto in mano che iniziava a sudare, una mamma con un bambino che stava già tentando di leccare il vetro del banco, e io che avevo solo bisogno di due fette di tacchino e un po’ di parmigiano.