Siamo una gastronomia all’interno di un quartiere abbastanza movimentato, e vendiamo principalmente piatti pronti: cibo cotto ogni mattina da noi, niente surgelati, niente di industriale, tutto fresco e abbattuto secondo le regole. Le pietanze vengono conservate in vetrina a temperatura frigo, come da normativa, e i clienti lo sanno (o dovrebbero saperlo) che poi vanno semplicemente riscaldate.
Quel giorno, poco prima di pranzo, entra una signora che non avevo mai visto prima. Non saluta nemmeno, va dritta alla vetrina e mi dice:
“Mi dà una porzione di paella?”
“Certo,” rispondo, con il sorriso di chi ha già il cucchiaione in mano.
Prendo uno dei nostri contenitori appositi — quelli in materiale adatto anche al forno — e inizio a versarle dentro la paella, dosando poco alla volta, come facciamo sempre, finché lei non dice “basta”. Pagamento rapido, tutto nella norma.
Nel porgerle il sacchetto con il contenitore le dico, come d’abitudine:
“Ecco a lei, signora. Può scaldare direttamente il contenitore in forno oppure in microonde, come preferisce.”
Lei sgrana gli occhi come se le avessi appena proposto di friggerlo nel carburante:
“Ah no, in microonde assolutamente no!”
Lo dice con tono drammatico, scuotendo la testa indignata. Saluta e se ne va.
Penso: vabbè, ognuno ha le sue manie, torno a servire gli altri.
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