Marciapiede con gradino.
Non un gradino simbolico, no: un bel dislivello serio, tra i 20 e i 40 cm, di quelli che vedi subito se hai due occhi funzionanti e un minimo di senso spaziale.
Lato sinistro. Lato guida. Dettaglio non trascurabile.

Io sto lì, appoggiata alla soglia, sigaretta in mano, mente altrove, zero voglia di interazioni umane. Sto letteralmente esistendo.

“Si può parcheggiare qui?”
“Sì sì, certo.”

Tizio accosta. Macchina medio-grande, sicura di sé come il proprietario. Inizia la manovra, lento ma non troppo, con quella concentrazione ostentata che dice: guardate come so guidare.

Poi, mentre va indietro, si gira verso di me:
“Puoi dirmi finché ho spazio?”

Io, educata. Gentile. Collaborativa.
“Vai ancora indietro… vai… vai… bene così.”

Lui frena. Si ferma.
Silenzio di mezzo secondo.

Poi, improvviso, rimette la prima e avanza di colpo.
“Macché, ma se c’è un sacco di spazio davanti!”