Sono in magazzino, tra scatoloni e inventari, con quel sottofondo tipico della bottega: la porta che si apre, il campanello che suona, qualche “buongiorno” e il vociare dei clienti. Mio marito è al banco, sta servendo una signora.

All’inizio sento solo delle risatine. Quelle un po’ fuori posto, tipo quando qualcuno ride più del necessario a qualcosa che non è così divertente. Poi le risatine diventano una risata piena. Poi ancora un gradino sopra: una specie di risata isterica.

Mi fermo. Orecchie tese.

E parte lei, a volume decisamente non contenuto:

“Ma perché tu credi ancora che queste misure servano a qualcosa?!”

Pausa drammatica, come se stesse per rivelare una verità universale.

“Ti bevi ancora la storiella del virus che non ha una cura e che tutti dobbiamo proteggerci perché non esiste un vaccino?!”