sono abituata che il supermercato xxx chiuda alle 21:30.
è una certezza granitica nella mia vita, tipo il fatto che il latte finisce sempre quando serve o che il carrello ha sempre una ruota storta. quindi non controllo mai gli orari. mai. vado a memoria, e la memoria dice: tranquilla, sei in tempo.

domenica sera.
ore 20:35.

parcheggio serena, scendo dalla macchina con la determinazione di chi deve entrare, prendere quattro cose “al volo” e uscire in cinque minuti (spoiler: mai successo in vita mia). prendo il carrello con un gesto deciso e parto.

io non cammino: sfrecchio.
direzione porte automatiche.
velocità stimata: 120 km/h.
testa bassa, obiettivo chiaro, zero distrazioni.

mentre passo davanti all’ingresso, uno di quei signori che chiedono l’elemosina si ferma, mi guarda e dice qualcosa. io vedo solo le labbra muoversi.

“signò, è chiuso.”

io, convintissima che stia solo cercando di rallentarmi per attaccare discorso o chiedermi soldi, non capisco una parola (sono sorda) e tiro dritto come se fossi in missione.

lui insiste:
“rallenti signò, è chiuso!”

a quel punto lo guardo meglio, provo a leggere il labiale, ma lui biascica e io sono sorda e, soprattutto, sto andando troppo veloce per elaborare qualsiasi concetto complesso. quindi mi convinco che stia parlando con il gruppetto di signori dietro di me.