Lavoro in un negozio in montagna. Non il classico posto con i pupazzi di marmotta e i bastoncini di legno intagliati per i turisti della domenica: qui vendiamo roba seria. Attrezzatura da escursione, trail running, ferrate, arrampicata. Chi entra, di solito, sa cosa cerca. O almeno… crede di saperlo.
Quel giorno ero in magazzino a sistemare delle scatole quando sento arrivare il tono da fenomeno: voce sicura, un po’ troppo alta, gesti larghi. Lo riconosci subito. È il cliente che deve dimostrare al mondo intero di essere un vero uomo di montagna. Zaino tecnico anche dentro al negozio, passo deciso, aria da “io ne so più di voi”.
Si avvicina al mio collega e lo aggancia come un rampone su roccia.
— Senti, mi servono scarponi seri. Roba tecnica, per le ferrate. Io le faccio tutte, eh! Anche quelle toste, mica le passeggiate.
Il collega, che ha la pazienza di un monaco tibetano e l’anima di un’enciclopedia alpina, annuisce e comincia la spiegazione: tre modelli top di gamma, suola Vibram, caviglia alta, membrana Gore-Tex, precisione del passo su terreno misto. Tutto raccontato con calma, senza mai perdere il sorriso zen.
Il tizio si sofferma su un modello bellissimo, uno dei migliori che abbiamo. Lo prende in mano, lo rigira, lo annusa quasi come fosse un vino pregiato. Annuisce con approvazione.
— Ah, questo mi piace. Bello, sì. Però… aspetta un attimo.
Prende la scatola, legge l’etichetta. Poi, con l’aria di chi ha appena smascherato un complotto internazionale, scandisce a voce alta:
— Ah, ma qui c’è scritto “Woman”.
Si ferma. Ci pensa. Fa una smorfia da dramma greco.
— Eh no, allora no. Se è da donna… non va bene per le ferrate, dai.
Io, a due metri di distanza, stavo sistemando dei bastoncini da trekking. Ho alzato lo sguardo, ho incrociato quello del mio collega, e in quel secondo ci siamo detti tutto senza proferire parola. Tipo telepatia da commessi sopravvissuti.
Mi sono letteralmente morsicata la lingua per non parlare. Ma dentro, la voce urlava:
“Scusi, ma lei conosce Tamara Lunger? No, perché ha fatto il K2. Non proprio la collinetta dietro casa, ecco. E mi sa che un paio di ‘scarponi da donna’ li aveva. Però sì, magari non sono abbastanza tecnici per la sua ferratina domenicale con la focaccia nello zaino.”
Ovviamente ho lasciato perdere. Per amor di pace e perché non avevo voglia di trasformare il reparto scarponi in un’arena.
Il collega, serafico, gli ha proposto un modello “unisex”. L’altro ha sorriso, convinto di aver fatto la scelta giusta da vero uomo di montagna. Ha pagato e se n’è andato con l’andatura fiera di chi ha appena conquistato l’Everest (parcheggio del paese compreso).
Ogni tanto, quando mi capita tra le mani quella scatola con la scritta “Woman”, sorrido.
Penso a quanta strada hanno fatto — e continuano a fare — le donne in montagna.
E a quanta, invece, devono ancora farne certi uomini… ma non sui sentieri. Giù, in paese.
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