Piena pandemia. Sabato sera.
Fila fuori dalla porta, gente distanziata di un metro e mezzo con la mascherina calata a turno sul naso o sul mento, ognuno che guarda il cellulare come se stesse aspettando un responso medico. Dentro, noi che corriamo avanti e indietro come criceti nella ruota: ordini da preparare, pizze da sfornare, telefonate che squillano senza pietà.

A un certo punto, la porta si apre.
E entra lei.
Signora anziana, passo sicuro, sguardo fiero.
Non guarda la fila. Non guarda i clienti. Va dritta come un carro armato.

Io ho ordinato per telefono, nome Tizio Caio.

Io, con la mascherina che già mi fa bollire il cervello e la pazienza a livelli pericolosamente bassi:
Signora, c’è la fila. Se cortesemente si può accodare…

Lei neanche ci pensa.
Ma io ho ordinato per telefono, il mio ordine deve essere pronto!

Lo è, signora. Ma se si mette in fila, quando arriva il suo turno sarò felice di servirla.

Ma io ho ordinato per telefono!

Io dentro penso: Sì signora, e io ho fatto tre vaccini, ma mica entro prima in ospedale per questo.
Fuori, mantengo un tono zen:
Come la maggior parte degli altri clienti. Perciò, se vuole saltare la fila, chieda a loro se sta bene.

Silenzio. Lei si gira un attimo, vede dieci persone in fila che la guardano. Tutti con lo sguardo della folla pronta a scatenare una rivoluzione francese.

Lei, imperterrita:
Ma io ho fretta.

E lì, il colpo di grazia.
E io più di lei, signora. Perciò rispetti la fila o se ne vada.

Un secondo di silenzio. Poi lei fa una smorfia di offesa personale, come se le avessi negato un diritto costituzionale.
Assurdo. Una volta c’era più rispetto per gli anziani.
E gira i tacchi, se ne va sbuffando.

Io respiro, mi asciugo il sudore dalla fronte, guardo i clienti in fila. E uno, dal fondo, lancia la battuta:
Io però ho ordinato per telefono eh!

Risata generale. E per un attimo, anche in piena pandemia, ci siamo sentiti tutti un po’ più leggeri.