Mia madre va in farmacia.

Prima di lei c’è una signora che spende 230 euro di medicinali e, al termine, con una naturalezza disarmante se ne esce con:
“Non mi dà un omaggio?”

Che già lì… uno pensa: vabbè, magari ci prova. Hai speso tanto, tenti il colpo. Fine.

Il farmacista la guarda, sorriso tirato, di quelli che stanno in equilibrio tra la professionalità e il “conta fino a dieci”. Poi, senza dire una parola, si gira, prende un pacco di mascherine — quelle belle serie, FFP2 o forse FFP3 — e glielo appoggia sul banco.

Lei lo guarda. Pausa. Soppesa. Fa una faccia come se le avessero regalato un soprammobile brutto.

“Avrei preferito un disinfettante mani.”

Silenzio.

Il farmacista resta immobile per un secondo. Mia madre dice che si è proprio visto il momento preciso in cui ha rivalutato tutte le sue scelte di vita.

Poi inspira.

Sorride di nuovo, ma stavolta è quel sorriso pericoloso, quello da “ok, giochiamo”.

“Signora, certo. Mi ridà le mascherine che glielo cambio.”

Lei, tutta soddisfatta, restituisce il pacco.

Il farmacista lo prende… lo appoggia lentamente sotto il banco… si gira… apre un cassetto… fruga con calma olimpica… e tira fuori una mini boccetta di disinfettante, quelle microscopiche da borsa, formato “finisce mentre la stai aprendo”.