Negozio di abbigliamento.
Pomeriggio tranquillo, musica di sottofondo soft, io che sistemo una pila di maglioncini piegati con quella precisione maniacale che dopo tre minuti viene sistematicamente distrutta dal primo cliente.

Entrano due signore. Passo deciso, sguardo che scruta il locale come se stessero valutando un immobile da acquistare. Probabilmente madre e figlia, ma sicuramente entrambe più grandi di me. Eleganti, profumate, aria leggermente altezzosa.

Sorrido, mi avvicino con il mio miglior tono professionale:
“Buongiorno, posso esservi d’aiuto?”

La madre mi guarda come se avessi appena detto qualcosa di profondamente inappropriato. La figlia, imbarazzatissima, mi squadra dalla testa ai piedi — soffermandosi forse un secondo di troppo sulle mie scarpe — e risponde:
“No beh, ecco no… Era solo per fare un giro”.

Quel “fare un giro” detto con la stessa delicatezza con cui si declina un venditore di aspirapolveri porta a porta.

“Perfetto, resto a disposizione”, rispondo, con il sorriso da manuale.

Mi allontano di qualche passo, ma con l’orecchio allenato di chi lavora a contatto col pubblico da anni. Le sento borbottare qualcosa. Parole indistinte, ma il tono è chiarissimo: non entusiasmo.

Dopo un paio di minuti le vedo dirigersi verso la mia collega, che stava sistemando le giacche poco più in là.