Era un pomeriggio tranquillo nel negozio di scarpe e abbigliamento. Le luci calde facevano brillare le vetrine, le scarpe allineate sembravano in parata e i cappotti, ordinati per colore, davano un senso di ordine quasi rassicurante. Io e la mia collega stavamo sistemando una pila di maglioni che, inspiegabilmente, si disfaceva da sola ogni volta che una cliente la sfiorava.

Entrò una signora sulla sessantina, capelli cotonati, rossetto deciso e un’aria determinata. Si guardò intorno con attenzione, come se stesse valutando non tanto la merce, quanto noi.

Si avvicinò al bancone, sorridendo.

“Ma la signorina ti appartiene?”

Rimasi un attimo interdetta. La collega al mio fianco stava infilando dei cartellini sui sandali nuovi e sollevò lo sguardo, sorpresa quanto me.

(Voleva sapere se, per caso, io e la collega sopracitata fossimo parenti.)

“No.” risposi semplicemente, cercando di capire dove volesse arrivare.

La signora fece un cenno con la testa, come se avesse appena escluso una teoria importante.

“Ah, ecco. Perché vi somigliate un pochino… o forse no. Ma è una lavoratrice fissa qui?”

“Sì, certo,” risposi, mentre la collega accennava un sorriso professionale.