Tantissimi anni fa, mi pagavo gli studi facendo, tra i mille lavori improbabili, anche la mystery shopper.
Tradotto: venivo pagata per entrare nei negozi, comportarmi da cliente qualunque, osservare tutto con occhio clinico e poi scrivere report chilometrici su cose tipo “tempo di saluto”, “disponibilità del personale” e “propensione alla vendita accessoria”. Una specie di 007, ma con meno gadget e più camerini.
Quel giorno mi mandano in un famoso negozio del centro di Torino.
Io, ligia al dovere, entro con il mio miglior sorriso da cliente potenziale numero 34: passo tranquillo, sguardo curioso, tocco i tessuti come se capissi davvero qualcosa di cotone pettinato e cashmere misto.
“Buongiorno!” dico appena dentro.
Nessuna risposta.
Segno mentale numero uno.
Inizio il mio giro: guardo le maglie, controllo i prezzi (con micro-infarto annesso), annuisco tra me e me come se stessi valutando un investimento importante.
Prendo un paio di capi, entro nel camerino, faccio la classica scena del “mmh sì, però…”, esco, mi riguardo allo specchio con aria critica.
Alla fine individuo lui: un maglione dignitoso, niente di memorabile ma perfetto per la missione.
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