Sto facendo lo shampoo a una cliente storica, una di quelle che non parla mai durante lo shampoo, e per questo la amo.
Un collega è uscito a prendere il caffè, l’altro è in bagno da quando ho memoria. Tutto è calmo. Il phon ronzicchia in lontananza. Il mondo è ancora sospeso nella pace del “pre-mezzogiorno”.

Ed eccolo.

Lui.

Entra a passo deciso come un console romano che deve civilizzare una provincia ribelle. Moglie a fianco. Figlie al seguito. Una piccola corte ambulante che irradia disagio.

Mi giro, pronta a salutarlo con quel tono da: “Benvenuti, vi aspettavamo con ansia e shampoo alla camomilla”.
Ma non faccio nemmeno in tempo ad aprire bocca che mi viene sparato in faccia:
— “Ma allora! C’è qualcuno qua dentro!?”

Non un buongiorno. Non un mezzo sorriso.
Solo il classico attacco frontale alla dignità altrui.

Di solito, in questi casi, rispondiamo con quel sarcasmo che abbiamo imparato a mimetizzare con gentilezza:
— “No, guardi, infatti io non sono qui, è il mio ologramma. Il vero me è ancora in pigiama a casa.”

Ma oggi è lunedì. Fa caldo. E io ho mal di testa da piega col diffusore altrui. Quindi taccio.
Sorrido. Come fanno i condannati che hanno già capito tutto.